Niente coffeeshop e trasgressione, non siamo ad Amsterdam. L’Olanda è molto (ma molto) di più e chi l’ha un po’ conosciuta lo sa.
Finalmente visito uno degli otto siti Unesco di questo Paese magico. Nel Patrimonio dell’Umanità dal 1997, Kinderdijk si trova nei dintorni di Rotterdam.

Dal porto più grande d’Olanda ci sono molti mezzi per arrivare a Kinderkijk: macchina, tram, bus… ma il più veloce, e per me più distintivo, è il battello. Si prende il traghetto numero 20 dall’Erasmusbrug di Rotterdam (in direzione Dordrecht) e si scende a Ridderkerk in meno di mezz’ora. Da qui, un’altra piccola imbarcazione ci porterà direttamente a pochi metri dal sito, raggiungibile a piedi o in bicicletta, il miglior modo per spostarsi da un posto all’altro grazie alle sue tante piste ciclabili.

Il viaggio lungo il canale è già un’esperienza: caricata la mia bici (noleggiata) sul battello, si attraversa prima il canale principale di Rotterdam. Oltrepassata la zona portuale, il paesaggio diventa mano a mano più spoglio di grandi costruzioni, tecnologie avanzate e strade trafficate per lasciare spazio all’originaria ambientazione olandese. Il vento non mi spaventa e mi godo tutto il tragitto affacciata al parapetto della poppa. Come sempre, le foto in movimento non rendono mai lo spettacolo visivo. Il secondo traghetto giunge a Kinderdijk in pochissimo tempo, prendo il mio mezzo e seguo le indicazioni.

Dopo qualche pedalata tra le casette a ridosso dei canali e alcune pause perché la mia forma fisica non è proprio al massimo dell’allenamento, arrivo all’entrata del sito Unesco. Il costo del biglietto è di 8 euro, un prezzo ridicolo in rapporto a quanto vi rimarrà nel cuore questo posto.
Immediatamente capisco che fino a quel momento non avevo visto nulla della vera Olanda. Quella di oltre mille anni fa, quando i suoi abitanti sfruttarono la grandiosa presenza di acqua e cominciarono a controllarne il flusso a loro vantaggio. Davanti a me, diciannove mulini a vento, eretti intorno al 1740, alcuni a pianta rotonda e altri a pianta ottagonale. Costruiti con l’intento originario del mulino, cioè pompare l’acqua dal terreno e reinserirla nel fiume attraverso l’aiuto di un altro elemento naturale (il vento) per ottenere un campo coltivabile, sono una dimostrazione dell’ingegno umano. Gli olandesi sono stati tra i primi in Europa a edificarli per la forte necessità di abbassare in molti punti il livello dell’acqua. A Kinderdijk, infatti, il fine primario era evitare inondazioni.

Ferma sulla mia bici su una strada battuta in mezzo a due canali, mi domando da dove iniziare. Le vie si intrecciano creando piccoli itinerari diversi. Svoltando a caso, dopo una decina di minuti mi trovo davanti a un enorme mulino in funzione. Per me è una sorpresa, perché è maggio e, in teoria, avrei potuto vederli in movimento solamente nei mesi di luglio e agosto (ahimè non sono stata così fortunata anche con l’apertura al pubblico).
La visita dell’intero sito non dura molto, perciò decido di lasciare la bici verso l’ingresso e di proseguire un po’ a piedi, per vedere se la sensazione è diversa. Lo è. Entrambe di certo uniche, ma se non si ha fretta consiglio di provarle tutte e due (per poi darmi ragione).

Comprata la calamita per mio papà, posso tornare a Rotterdam soddisfatta della mia mezza giornata tra le grandi pale dei mulini di Kinderkijk e sperare di trovare sempre l’essenza originaria di un popolo e della sua terra.

Lascia un commento