Avrì la fiou, mag l’onou. Aprile fa i fiori, maggio ne ha gli odori. Non è francese, ma piemontese. Non siamo a maggio, ma a giugno. Ci troviamo a Sale San Giovanni, nella “Provenza piemontese”, un piccolo borgo di appena 177 abitanti nella bassa Langa, in provincia di Cuneo. Qui, ogni anno, a inizio estate, è possibile assistere alla favolosa fioritura della lavanda, che si estende in tutti i campi circostanti insieme ad altre particolari coltivazioni.
Prepariamoci a una bella giornata di trekking tra i sentieri di Sale San Giovanni, alla scoperta di questo frutto della terra che non ha niente da invidiare alla vicina francese.

Il primo passo è cercare parcheggio… dove capita. Il posto è conosciuto, potreste trovare parecchia gente con le vostre stesse intenzioni. Considerate però che tutti i percorsi che vedremo sono sostanzialmente ad anello, per cui tornerete sempre al punto di partenza.
Il borgo
Iniziamo visitando il piccolo paese di Sale San Giovanni. Già abitato in età romana, ci sono testimonianze molto interessanti di diverse epoche. Salendo la breve salita che porta nel borgo, poco prima della porta ad arco, ingresso della città, c’è la Cappella di San Sebastiano.

Fu eretta nel 1350, secondo la leggenda a seguito di un voto per la salvezza del paese dalla peste nera, che a metà del XIV quasi azzerò la popolazione della zona. Il tema principale degli affreschi interni è la morte, che non risparmia nessuno, né il guerriero, né l’uomo di chiesa. L’unico vincitore sulla morte è il Cristo in pietà sulla parete sinistra. La cappella ha subito modifiche nella struttura e nell’orientamento, come si vede dai resti della precedente pavimentazione, posta a un livello più basso rispetto all’attuale entrata della nuova strada.

Il paese è davvero piccolo, bastano pochi minuti per visitarlo, ma non si può negare un certo fascino ai dettagli che si trovano lungo l’unica via principale. Possiamo immaginare i (pochi) bambini che escono da scuola, il funzionario delle poste che fa la pausa pranzo sulla panchina fuori dall’ufficio, la signora che annaffia le piante di casa sua.


Nel cuore del paese troviamo poi il Castello di Sale (citato nel XII secolo ma risalente all’anno Mille), passato dalle mani del Marchese di Ceva a quelle degli Incisa di Camerana (a cui si deve la sistemazione attuale degli edifici) e in uso fino al 1954, anno in cui fu venduto all’Ospizio di Carità di Fossano. A fianco, la Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, di fine XVIII secolo, sorge su una preesistente cappella a servizio del castello, che a sua volta poggia le fondamenta su una più antica chiesa parrocchiale dei primi decenni dell’anno Mille.


Infine, scendendo dal paese e proseguendo in piano davanti a noi (sulla destra c’è l’Osteria delle Erbe, che offre degustazioni enogastronomiche locali), troveremo la Pieve di San Giovanni, punto di partenza e arrivo dei nostri percorsi, che merita assolutamente una breve sosta. La Pieve fu costruita intorno all’anno Mille su un antico tempio pagano. Lo stile romanico-lombardo lo deve alla presenza affermata dei monaci benedettini, che godevano della simpatia delle più abili maestranze lombarde. Gli affreschi su pareti e colonne delle tre navate, ben conservati, risalgono a un periodo tra il XIV e il XVII secolo. Un recente restauro del pavimento (2015) ha poi lasciato scoperti i vari livelli di pavimentazione cambiati nei secoli, insieme a una macina di mulino che era stata lasciata sul posto durante la costruzione.

I percorsi
Andiamo ora finalmente alla ricerca della nostra amata lavanda. I percorsi proposti dagli uffici turistici sono tre: il verde, il blu e l’arancione, in ordine crescente di difficoltà e tempistiche. Uscendo dalla Pieve, ci si ritrova sulla strada provinciale. Di fronte a noi si scorgono tre vie, tutte (inizialmente) asfaltate: sulla sinistra c’è una via in piano, che è l’inizio (o la fine) del sentiero arancione, dove potrete anche trovare la mappa dei sentieri; sulla destra, leggermente in discesa, un’altra stradina identifica il percorso verde e quello blu; e poi c’è la continuazione della strada principale, in salita, che presenta le indicazioni turistiche solo per il percorso verde, chiamato “agripanoramico”.

I cartelli sulla strada provinciale portano nei pressi della località Vadda, fanno poi deviare a sinistra e continuare sul percorso pedonale (durante la domenica e i giorni festivi, non è possibile accedere in macchina per queste vie, gli altri giorni della settimana, sì). In ogni caso, qualsiasi direzione prendiate, ci sarà prima una salita e poi una discesa: solo con il sentiero verde, che è il più semplice, c’è un dislivello di circa 200 metri, fino ad arrivare ai 339 metri dell’arancione. L’unica differenza può essere nel fatto che, per quasi tutto l’arco della giornata, la salita “consigliata” dalle indicazioni stradali, sulla provinciale, è esposta al sole, quella che si addentra nella campagna offre, invece, alcuni ripari all’ombra grazie alla folta vegetazione.

Questo che vedete è il percorso verde (7,5 km, tre ore circa senza soste), accessibile a tutti, che in alcuni punti si incontra con gli altri due sentieri, più lunghi e impegnativi ma pur sempre fattibili. Lungo il percorso, ogni tanto, troverete delle frecce colorate che segnalano i percorsi. Si inizia con un pezzo di strada in piano, dove cominciare ad ammirare il panorama della campagna piemontese e assaporare i suoi odori e i suoi frutti (lo confesso: ho “rubato” una ciliegia raccolta da uno degli alberi selvatici che circondano l’area, era eccezionale). La via è ricca di vegetazione, boschetti, aziende agricole e poderi isolati.


Dopo circa una mezz’ora di camminata, comincia improvvisamente la salita: tra un tornante e l’altro, si trovano folte coltivazioni e piccole località, formate da una manciata di case. Un’anziana signora ci saluta e ci incoraggia a continuare nonostante la fatica, “qualche curva e siete arrivati alla lavanda”, dice sorridendo.

In effetti, notiamo per la prima volta che alcune persone in discesa tengono in mano bel mazzolino di lavanda. Dopo una breve sosta per reidratarci, continuiamo sulla strada in salita. Nel tragitto, troviamo piante rigogliose e il sole fa risaltare i colori dei loro fiori.



Dopo la salita (di almeno 45 minuti), arriviamo finalmente in piano e qui, immediatamente, assistiamo allo spettacolo: i campi si tingono di viola, il profumo della lavanda esalta l’aria. Lunghe e ordinate file di crespi violacei si arrampicano in salita e in discesa, quasi confondono la vista. Tra qualcuno accasciato sull’asfalto per scattare una fotografia memorabile e altri che si riposano all’ombra di un albero, riusciamo a passare in mezzo ai campi di lavanda. Le migliaia di api che volano sfrenatamente da una parte all’altra non sembrano neanche accorgersi della nostra presenza. Con tutto quel ben di Dio, direte.

In realtà, questi sono solo alcuni dei campi di lavanda presenti nel territorio di Sale San Giovanni, seppur siano i migliori che vedrete nel percorso verde. Se avete a disposizione buone scarpe da trekking e decidete di prendere uno degli altri due sentieri, troverete altrettanti campi dalle grande dimensioni. Il bivio per questi due percorsi lo troviamo poco prima della fine della salita, dopo l’ultimo tornante: porta su una strada sterrata e poco battuta, il mio consiglio non riguarda tanto le condizioni della strada, ma eviterei di cambiare strada se venite dalla nostra stessa direzione, altrimenti è come se tornaste indietro senza godere del bel panorama a pochi metri.
Superiamo i campi e continuiamo (finalmente) in piano. L’atmosfera è più tranquilla, ci sono meno persone intorno a noi e la via è quasi completamente riparata dal sole grazie ai tanti alberi. Dopo aver superato qualche altra casa, arriviamo al crocevia con la strada provinciale. Qua potete scegliere: se scendete, dopo una ventina di minuti tornerete alla Pieve di San Giovanni, per poi raggiungere la vostra macchina; se salite, in poco più di un chilometro, vi troverete di fronte alla Cappella di Sant’Anastasia. Dedicata alla santa che fu arsa viva dall’imperatore Diocleziano, per aver aiutato e curato i cristiani perseguitati e per aver rifiutato di abiurare il cristianesimo, fu eretta dai monaci benedettini intorno al 1050 in cima a una collina, isolata da tutto, quasi nascosta.

Brevemente: la cappella ha un’unica navata, a pianta rettangolare. Il campanile fu aggiunto decisamente tardi rispetto alla costruzione originale, alla fine del XIX secolo. Gli affreschi interni raccontano scene di vita dei santi e della Vergine, ma ci sono anche riferimenti alle tre virtù (Fede, Speranza e Carità) e al pellegrinaggio di Santiago de Compostela: il cappello e il mantello di San Rocco, la conchiglia, il bordone, ovvero il lungo e prezioso bastone a sostegno del pellegrinaggio. Una curiosità fu scoperta nel 1991, durante un importante restauro: staccando un grande dipinto settecentesco di San Sebastiano, se ne trovò un altro affrescato del Cinquecento, in cui il santo appariva legato a un ciliegio (guarda caso) colmo di frutti rossi.
L’arboreto Prandi
Diventato associazione nel 2013, questo sito nasce dalla passione per la botanica di Carlo Domenico Prandi, ferroviere. Alla sua morte, all’inizio degli anni Sessanta, l’area cadde in abbandono, ma da qualche anno può vantare la realizzazione di un grandioso progetto di recupero a scopo didattico-naturalistico.
Di circa 12 ettari, l’arboreto vanta diverse specie arboree autoctone ed esotiche, di straordinaria bellezza sia per la loro dimensione, sia per la diversità legata alla loro provenienza da luoghi anche molto lontani: possiamo trovare il pino silvestre, vari tipi di faggio e di acero, dai colori stupendi, e ancora l’Albero dei tulipani, la Catalpa, le Pterocarie, la Quercia rossa e quella bianca, l’Acacia spinosa, il Gelso della Cina, le Palme nane, Glicini, Bambù, e tanti altri, incluso un magnifico esemplare di Araucaria. I fabbricati costruiti nel XIX e XX secolo, prima adibiti a fienili, stalle, abitazioni e magazzini, sono ora diventati un laboratorio didattico, una biblioteca e una sala per gli incontri, nonché locali di servizio per materiali e attrezzi.
È possibile effettuare delle visite guidate su prenotazione.
Non solo lavanda: le altre piantagioni di Sale San Giovanni
Il territorio di Sale San Giovanni, fin dalla fine degli anni Novanta, presenta una serie di coltivazioni di diverse piante officinali, che ogni anno tingono la tavolozza dei campi circostanti. Non bisogna, per esempio, confondere la lavanda con l’issopo (Hyssopus officinalis L.), simile di tonalità ma con alcune differenze: usato anticamente per curare asma e polmoniti, è ancora oggi usato su scala industriale per uso farmaceutico e (di più) per aromatizzare liquori, aperitivi e aceti; dall’issopo viene inoltre prodotto un ottimo miele, estremamente delicato, ed è utilizzato in profumeria per preparare lozioni tonificanti per la pelle, soprattutto per il viso. Cresce principalmente in centro Italia (isole escluse) fino a una quota di 2000 metri.

C’è poi la Melissa (Melissa officinalis), una delle migliori piante melifere, da cui si ottiene un ottimo miele. All’inizio del suo ciclo di vita, la pianta di Melissa ha un gradevole odore di limone, che perde nel tempo; i suoi piccoli fiori bianchi diventano pian piano rosati. I cartelli a scopo didattico, lungo il sentiero, ci svelano una curiosità: nel X secolo gli Arabi la utilizzavano “contro la melanconia”, opinione mantenuta anche da un fitoterapista dell’inizio del XX secolo che la dichiarava “efficace per dissipare le crisi di malumore “. Una sorta di antica marijuana?
Il color giallo pallido dei campi viene dall’elicriso (Helichrysum italicum L.), appartenente alla famiglia delle Asteraceae. Dal profumo caratteristico, questa pianta è tipica della macchia mediterranea, soprattutto dell’Italia meridionale (isole comprese), fino a 800 metri. Usata anche in profumeria per il suo buonissimo odore, ciò che la caratterizza sono le tantissime proprietà terapeutiche: è antinfiammatoria, analgesica, antireumatica, ipocolesterolizzante, cicatrizzante, antiartitrica, antiallergica, antibatterica, depurativa e drenante, solo per citarne alcune.

Ci sono poi coltivazioni di finocchio, dalle proprietà antiossidanti, depurative, digestive ed endocrine; di camomilla, tra i rimedi naturali calmanti più conosciuti, adatta anche ai bambini; ma anche salvia e patate, nonché molti alberi da frutto.

Il progetto più interessante è forse la coltivazione dell’Enkir, il cereale più antico del mondo, il primo coltivato dall’uomo. Anche grazie all’esperienza e alla maestria del Mulino Marino di Cossano Belbo, celebre per il suo impegno nei prodotti bio e per l’antica tradizione familiare che li contraddistingue fin dal 1956, e alla collaborazione con il panificio Pane, oggi Sale San Giovanni è battezzato “il paese dell’Enkir”, con tanto di cartello stradale all’entrata del piccolo comune. Attualmente, sono coinvolte oltre venti tra cooperative e imprese, per un totale di circa 100 ettari di terreno coltivato.
Questo incredibile grano, proveniente dal passato ma destinato a diventare il pane del futuro, non ha bisogno di antiparassitari, poiché è naturalmente resistente a patogeni esterni, ma neanche di concimi. Viene macinato a pietra naturale, un metodo che non riscalda il grano e che, di conseguenza, trattiene tutte le sue proprietà, ovvero un alto contenuto proteico, poco glutine e una grande quantità di carotenoidi (antiossidanti naturali).

La fioritura della lavanda: dove e quando vederla
La Lavandula officinalis è una delle più interessanti della nostra flora. Cresce soprattutto nei territori del Mediterraneo occidentale, su terreni aridi e sassosi: in Italia è tipica della Liguria (sulle Alpi Mistiche, a Colle di Nava, dove nel mese di luglio c’è la festa della fioritura e del raccolto, o a Carpasio, dove troverete il primo Museo della Lavanda italiano con oltre 30 specie diverse) e del basso Piemonte (oltre a Sale San Giovanni, potrete trovarla a Demonte, sempre in provincia di Cuneo, ma anche ad Andonno e Ponti). Non solo: si trovano tracce di lavanda anche in Lombardia (Godiasco, nell’Oltrepo Pavese), in Friuli Venezia Giulia (in provincia di Udine, a Venzone), in Emilia Romagna (Casola Valsenio, in provincia di Ravenna), in Toscana (Fonterutoli, dove si coltiva la “lavanda del Chianti”) e infine nel Lazio (Tuscania).
La lavanda fiorisce, più o meno, da fine giugno ad agosto inoltrato, ma a seconda del clima e dalla quantità di luce assorbita può fiorire fino a due settimane prima.
Le parti più utilizzate sono ovviamente i fiori, fatti seccare all’ombra e in luoghi ventilati. È usata su scala industriale per la distillazione e l’estrazione dell’essenza, una tra le preferite dai consumatori provenienti da tutto il mondo. Ha inoltre molte proprietà benefiche: è antisettico, cicatrizzante, antispasmodico, diuretico, stimolante, sudorifero.


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