Non c’è dubbio: già all’uscita dell’aeroporto John Lennon, con il grande sottomarino giallo che ci dà il benvenuto, capiamo subito di essere arrivati nella città dei Beatles.
Liverpool è piuttosto grande, supera il mezzo milione di abitanti, per cui se avete poco tempo a disposizione, consiglio di soffermarsi esclusivamente a scoprire questa incredibile città. Se invece avete a disposizione, magari, una settimana, potreste noleggiare una macchina e visitarne i dintorni, oppure fare una gita di un giorno nelle principali città vicine come Manchester, Birmingham o Londra.
Il nostro tour durerà solo quattro giorni e sarà una full immersion nel cuore della città. Let’s go!
Day 1
Non perdiamo tempo e prendiamo subito un autobus per raggiungere il centro. Le linee più usate dall’aeroporto sono la 500, la 86A e la 80A, tutte della compagnia Arriva, che in meno di mezz’ora portano in città. Questo sarà il primo e ultimo autobus che prenderemo: la città è grande, l’abbiamo detto, ma se avete un alloggio in centro e le gambe un po’ allenate (il mio contatore superava ogni sera i venti mila passi) è possibile arrivare ovunque si voglia a piedi. In caso contrario, potete usare gli efficientissimi mezzi pubblici di Liverpool o magari prendere uno dei caratteristici taxi che troverete in ogni angolo. Sarà comunque un’ottima occasione per ammirare gli splendidi edifici della città.

Dopo aver pranzato con un ottimo Fish&Chips, lasciamo velocemente gli zaini in albergo (questa volta abbiamo fatto gli spavaldi soggiornando allo Z Hotel di Liverpool, in pieno centro) e in pochi passi ci troviamo in Mathew Street, la via del Cavern Club, lo storico locale in cui i Beatles tennero circa trecento concerti e dove, nel 1961, furono avvicinati da Brian Epstein, che consegnò loro la fama mondiale. Dal “club più famoso del mondo” passarono tutti i protagonisti della scena musicale beat inglese, tra cui i The Who e The Motowns, ma anche di quella rock, che sulla scia di un beat più duro e sperimentale dava vita ai Rolling Stones, ai Kinks e a Elton John, tutti saliti sul palco del Cavern insieme a tantissimi altri.
Il locale attuale è una fedele riproduzione dell’originale: il club fu chiuso nel 1973 e riaperto nel 1984, ricominciando il programma di concerti live delle migliori band e dei migliori artisti del panorama musicale del momento. Il ricordo dell’antico club è evocato già scendendo le rampe di scale (il locale è sotterraneo, nato in un ex bunker bellico). Il costo per accedervi è di poche sterline, ma fino a mezzogiorno l’ingresso è gratuito. Inoltre, è a tutti gli effetti un pub, quindi potrete gustarvi una pinta ascoltando musicisti emergenti o già ben affermati. Il sabato sera è possibile assistere al Saturday With The Cavern Club Beatles, un omaggio (in costume) ai memorabili Fab Four. All’interno, c’è anche la Cavern Live Lounge, un’altra sala dotata di palco, completamente insonorizzata dalla prima, perfetta per ospitare due eventi contemporaneamente.

Le pareti sono tappezzate da pezzi unici degli ospiti decennali del Cavern: molte teche racchiudono gli strumenti delle migliori band, dagli stessi Beatles ai Rolling Stones e ai Queen; e poi plettri, spartiti, lettere, fotografie, dischi, magliette… una quantità enorme di ricordi di un’epoca che ha plasmato radicalmente e irreversibilmente la società contemporanea.




Restiamo dentro il locale ad ascoltare un giovane chitarrista per quasi un’ora, e neanche ce ne rendiamo conto. Ma come resistere? “Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra”, diceva Jim Morrison.
Dalla parte opposta della strada, quasi di fronte all’entrata, c’è poi il Cavern Pub vero e proprio e… indovinate un po’? Altro palco, altra (mezza) pinta, altra musica live. La particolarità di questo locale è sicuramente l’esterno: in ogni mattone che forma la parete, è inciso il nome della band, del musicista o del cantante che ha attraversato la soglia del Cavern.




Il “tema Beatles” lo ritroviamo un po’ ovunque su Mathew Street, che appare come una grande tangenziale pedonale estremamente artistica. Intorno a noi è infatti possibile ammirare l’architettura di Liverpool, multiforme e talvolta anticonformista: quasi nulla rimane della città medievale, il centro storico è un mix tra i diversi stili degli ultimi tre secoli. Gli edifici neoclassici, alto vittoriani si incontrano nei grandi incroci con quelli georgiani, per poi trovarsi dopo pochi passi in zone commerciali radicalmente moderne o in quartieri profondamente etnici.
È il caso di Chinatown, lo storico sobborgo cinese della città. Ormai confinato a sola zona residenziale, qua c’è la possibilità di mangiare un buon ramen (cerco di mangiarne sempre uno, ovunque vada: la cucina cinese, quella vera, raramente delude). Ma la verità è che la Chinatown di Liverpool merita una visita solo per l’arco in stile Shangai posto all’entrata del quartiere, che perfino alcune grandi capitali non possono vantare.

Liverpool è anche la città di diversi culti religiosi. Le diverse sinagoghe, per esempio, testimoniano la presenza di una grande comunità ebraica. C’è anche la Chiesa greco-ortodossa di San Nicola, in stile bizantino, la chiesa presbiteriana gallese e perfino una curiosa Chiesa svedese dei marinai, con tendenze nordiche.
Il cielo comincia a imbrunirsi, mangiamo qualcosa al volo e siamo a pronti a vivere la prima serata nelle stesse vie in cui le trascorrevano i Fab Four. Con un po’ di sorpresa (o forse neanche troppa se avete già conosciuto la movida notturna inglese), la città di notte si trasforma radicalmente. Soprattutto nei weekend, quando la gente è finalmente libera dalla serietà del lavoro e dagli impegni familiari, gli scousers scatenano la loro voglia di libertà e divertimento. I locali e le piazze si riempono ancora di più (se è possibile), la musica si alza, i musicisti incitano le folle. È possibile che incappiate in qualche ragazzino che probabilmente ha abusato troppo di droghe psichedeliche o qualche ragazza da copertina decisamente troppo poco vestita per i pochi gradi che realmente ci sono, ma conoscete il detto vivi e lascia vivere?
Day 2
La seconda giornata la dedichiamo interamente alla zona portuale di Liverpool. Riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, l’Albert Dock fu costruito tra il 1841 e e il 1846 e realizzato unicamente con mattoni, pietra e ghisa: parliamo del primo deposito antincendio del mondo, poiché privo di legno nella struttura.
Fin dall’inaugurazione, Albert Dock acquisì sempre maggiore importanza non solo a scopo di magazzinaggio di materie prime rare e di grande valore (come tè, avorio, tabacco, seta, liquori, cotone, e molto altro), ma anche come scalo portuale, soprattutto per le tratte oltreoceano. Liverpool era la città natale, per esempio, della White Star Line, la compagnia navale artefice del Titanic (che inizialmente doveva partire dalla stessa Liverpool, ma per un cambio di programma dell’ultimo minuto partì da Southampton, prima di interrompere tragicamente la sua rotta, come tutti ben sappiamo).
Non bisogna dimenticare che Liverpool, come tutto l’impero britannico, ebbe un ruolo decisivo nella tratta marittima del commercio di schiavi dall’Africa al Nuovo Mondo. Proprio nella zona dell’Albert Dock, si trova l’International Slavery Museum, l’unico museo in Europa concentrato esclusivamente su questo fenomeno. Già dall’inizio del Settecento, Liverpool fu considerato il più grande porto della Gran Bretagna. Ma con il nuovo Albert Dock, l’intera città si preparava a vivere un periodo rivoluzionario di grandi cambiamenti, per primo il riconoscimento ufficiale dello status di città, nel 1880.

La zona fu fondamentale per il secondo conflitto mondiale, come luogo di rifornimento delle navi militari, ma ne uscì distrutta. Albert Dock rimase chiuso fino al 1988, anno in cui fu riaperto ufficialmente dal principe Carlo d’Inghilterra, in concomitanza con l’inaugurazione della Tate Gallery, situata proprio in Albert Dock.
La Tate di Liverpool fa parte del grande complesso museale britannico, formato da quattro poli, due dei quali a Londra e uno a St Ives, in Cornovaglia. Al suo interno, alcune delle più importanti opere dell’arte moderna e contemporanea, da Bacon a Picasso, da Dalì a Pollock, con un incredibile programma di mostre permanenti e provvisorie, estremamente coinvolgente. Ma, forse, l’impegno più grande è stato riorganizzare i vecchi magazzini portuali in una struttura moderna e tecnologica, nonché adeguarla per il vasto pubblico. Un impegno condiviso dai gestori del museo e dalle istituzioni pubbliche e private, che hanno sempre contribuito con fondi e donazioni.
La zona propone una’offerta culturale incredibile. A ingresso gratuito, con la possibilità di donare un’offerta libera, c’è il Museum of Liverpool. Dalla particolare architettura moderna, il museo rivive la storia della città in tutti i suoi aspetti: è possibile entrare in un antico vagone del treno (non sono riuscita a scoprire se fosse autentico o una riproduzione) e ammirare altri veicoli terrestri; la sezione militare è ricca di medaglie e divise (si possono provare i cappelli!); e poi dipinti, reperti archeologici e simboli della storia sociale e comunitaria di Liverpool. All’ultimo piano, di solito, sono esposte mostre temporanee.

Il Museo Marittimo Merseyside ospita una collezione incredibile di manifesti. Le compagnie di navigazione si avvalsero sempre della grafica pubblicitaria per promuovere le navi passeggeri, le crociere, i viaggi in mare e le traversate oltreoceano. Un secolo e mezzo di storia, a partire da metà Ottocento, raccontato attraverso gli stili grafici: dalle imponenti navi, fortemente prospettiche, e le mete paradisiache che raggiungevano, alle sinuose e scattanti figure femminili degli anni Trenta, adeguatamente abbigliate secondo le mode del momento e “impegnate” nelle attività mondane e di svago della vita a bordo. Oltre ai poster, un’altra sezione del museo accoglie una collezione, formata da oggetti e archivi, dedicata esclusivamente alla Lusitania, gioiello della compagnia di navigazione Cunard Line, ovviamente di Liverpool.
Non possiamo poi non citare il celebre Museo dei Beatles, che offre anche la possibilità di organizzare visite e percorsi guidati a tema Fab Four e non solo.
Oggi, Albert Dock è conosciuto soprattutto come luogo di svago, ricco di locali e attrazioni turistiche, spesso anche particolari. Si può prendere un pranzo veloce da un autobus a due piani, oppure una bella cena gourmet in qualche ristorantino alla moda, o ancora passare una serata in un tipico pub inglese in un struttura altrettanto caratteristica, come al The PumpHouse.


Day 3
La mattina del terzo giorno, ci dirigiamo verso la cattedrale di Liverpool. Stiamo parlando della più grande cattedrale del Regno Unito, che rientra nella top ten delle chiese più grandi al mondo. In effetti, devo ammettere di aver avuto una sorta di sindrome di Stendhal, appena varcata la porta d’ingresso.

La “Cattedrale di Cristo”, nonostante l’aspetto neogotico, risale a tempi estremamente recenti: la costruzione fu portata avanti per quasi tutto il XX secolo, dal 1904 al 1978, su progetto dell’architetto Giles Gilbert Scott, allora solo ventiduenne (per chi non lo sapesse, Scott è anche autore di alcuni modelli dell’iconica cabina telefonica rossa presente in tutto il Paese). Gli interni fanno realmente restare a bocca aperta, la vastità degli spazi confonde la vista e porta quasi a rimanere disorientati. Le lunghe vetrate brillano nell’oscurità e sono da notare gli incredibili dettagli lignei intagliati degli scranni, le sedie con braccioli e spalliere riservate ai vescovi e agli uomini di chiesa.

L’ingresso alla cattedrale è gratuito. Il tour della Vestey Tower, la grande torre centrale, è a pagamento: dopo un primo tratto in ascensore, si salgono 108 scalini per arrivare in cima (la torre misura circa 100 metri, ma raggiunge i 150 dal livello del mare, aggiudicandosi un altro record come la più alta della Gran Bretagna). In estate c’è anche un orario serale: un’ottima occasione per godersi un bel panorama dell’alto di Liverpool al tramonto.
Uscendo dall’entrata principale, sulla destra, una via circondata da alte tombe porta a Saint James Mount and Gardens, un enorme parco che fa anche da antico cimitero. Sono presenti lapidi di ogni tipo, piccoli mausolei e perfino degli obelischi funerari, alcuni con simboli espliciti (noi abbiamo trovato un’immagine massonica). Tuttavia, non si percepisce un’atmosfera triste, piuttosto di assoluta quiete.
Pranziamo in posto abbastanza vicino, un luogo secondo me da non perdere se si fa tappa a Liverpool. Il suo nome è The Philharmonic Dining Rooms, si tratta di un edificio unico nel genere nel cuore della città, dall’architettura eclettica. L’interno è arredato con un gusto “elegante d’altri tempi”, il suo fascino vi lascerà estasiati. Al piano terra, con la possibilità di stare in salette semi-private, si possono gustare vari tipi di birre direttamente spillate da antiche spillatrici, alcune a caduta, oppure scegliere dall’enorme selezione di liquori e superalcolici (consiglio il gin tonic al pepe rosa, una bomba!). Di sopra, il locale offre un servizio di pranzo e cena, dove gustare prelibatezze britanniche. Il Phil, come lo chiamano i residenti, è un meraviglioso esempio di vecchio pub inglese.
Nel pomeriggio decidiamo di perderci un po’ per Liverpool e facciamo presto una magnifica sorpresa, sicuramente condivisa da tutti gli amanti della street art. Lungo le vie della città, soprattutto in centro, si incontrano decine di murales, alcuni anche di enormi dimensioni. Molti sono naturalmente a tema Beatles, ma la creatività di questi incredibili artisti non fermarsi a questo. Ci sono alcune testimonianze anche piuttosto celebri: è a Liverpool, in Jamaica Street (nel “Triangolo Baltico”, noto quartiere alle spalle di Albert Dock) l’opera di Paul Curtis For All the Liver Birds, le famose ali d’uccello (o d’angelo, secondo altri). Data la sua qualità instagrammabile, potreste aspettare qualche minuto per poter scattare una foto decente, in molti avranno la stessa idea.
Non vi fermate a questo, la città offre moltissimi esempi del genere. Lo stesso Curtis è autore di tanti altri capolavori (come, Evolution of Man o il murales dedicato al moonwalk di Michael Jackson). L’artista Akse ha reso omaggio a Stephen Hawking, McKinley a un campione del Liverpool. La squadra di calcio, vanto della città, è spesso oggetto di rappresentazione nella street art cittadina.


Impossibile citare tutti gli artisti. Una cosa è certa: se Maometto non va dalla montagna, la montagna va da Maometto. Girate per la città, cercate di svoltare in più vie che potete, di sicuro troverete una serie incredibile di opere di questo genere.
L’ultima sera a Liverpool lascia un po’ di malinconia. Il fascino di questa città ti travolge, in qualsiasi momento della giornata. I grandi palazzi illuminati dalle luci a neon, la gente per strada, la musica dal vivo. Poche altre città reggono il confronto.
Day 4
L’ultima (mezza) giornata decidiamo di fare una breve passeggiata lungo il fiume Mersey e ne approfittiamo per tornare ai nostri amati docks. Nei dintorni, scopriamo, purtroppo troppo tardi, della presenza di alcune zone green. Si può fare una pausa all’ombra di un albero, o prendere un po’ di sole durante le prime calde giornate d’estate. Risaliamo il lungo fiume, ci lasciamo alle spalle l’estuario verso il mare d’Irlanda (la prima spiaggia disponibile è a oltre due ore di camminata, ma ben collegata con mezzi pubblici).
Man mano che ci allontaniamo dal cuore della città, dopo aver superato lo Yacht Club di Liverpool, si incontrano alcune zone residenziali molto caratteristiche, con alcuni scorci panoramici incantevoli.

Non potevamo finire se non con una tipica english breakfast, prima di avviarci verso l’aeroporto. In questa occasione, ho capito la logica della suddivisione dei pasti inglesi. Con una colazione del genere, non puoi che avere fame prima delle cinque del pomeriggio! Ci fermiamo in un pub nei dintorni, quasi a caso, e poco dopo ci troviamo davanti a un piatto enorme ricchissimo di proteine: uova, salsicce, l’immancabile bacon, pane tostato con burro, hash brown (una specie di frittella di patate), pomodori grigliati, funghi, fagioli e sanguinaccio (che ho evitato, chiedo venia). Sarebbe stata la colazione ideale per tutte queste faticose giornate, con un consumo di energie pazzesco, ma magari è stato un bene per il colesterolo. In ogni caso, assolutamente da provare.

Finisce qui questo breve tour alla scoperta di quella che ormai reputo la vera città della musica. Liverpool resta nel cuore, non solo per la forte carica simbolica che scatena, ma anche per la sua straordinaria versatilità. Non può che essere un arrivederci.












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